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    Diversi sistema di gioco cambiati con il passare degli anni.

     

     

     

    In principio fu la mischia. Il gioco agli inizi era violento e confusionario, non era contemplata la possibilità del passaggio, ritenuta anzi una forma di debolezza. Il gioco era un continuo passare da una mischia all’altra: appena la palla capitava fra i piedi si ripartiva in una corsa solitaria verso la porta avversaria. Fino alla mischia successiva. Era il cosiddetto dribbling game; sembra assurdo ma in fondo è il gioco più naturale, è il modo in cui giocano i bambini. Il modulo più utilizzato era una sorta di 1-1-8. La prima grande rivoluzione avvenne con la prima partita internazionale, Scozia-Inghilterra, anno 1872. Gli scozzesi giocarono con un 2-2-6, ma non stava nel modulo la loro diversità: più minuti fisicamente, compresero la necessità di evitare lo scontro nella mischia. Adottarono così un gioco fatto di passaggi. La partita terminò 0-0, una delusione che scosse profondamente la sguadra inglese, madre del calcio. Fu da allora evidente la necessità imprescindibile del passing game, per provare un calcio finalmente ragionato, ricercato.

    Piramide di Cambride. E’ il primo, vero modulo della storia del calcio. Frutto di una riflessione sul passing game, nacque attorno al 1880.  Non è del tutto chiaro se nacque veramente nel college di Cambridge, ma questo fu il suo nome fin dalle origini. La prima grande squadra ad adottare sistematicamente la Piramide fu il Blackburn, che vinse cinque Fa cup consecutive fra gli anni ’80 e ’90 dell’ottocento. Da lì in poi tutti giocheranno con la Piramide, fino alla nuova regola del fuorigioco. Il modulo pone le basi del calcio moderno: la squadra viene divisa nei tre reparti che si usano ancora oggi, vengono definiti per la prima volta i ruoli, arriva la numerazione tipizzata dei giocatori. Nascono le ali, che portano il 7 e l’11, il centravanti, che indossa il 9, le mezzali, coi numeri 8 e 10. Al portiere viene sempre attribuito il numero 1. In sostanza i cinque giocatori avanti attaccano, due difensori e i tre mediani difendono: la squadra si divide in due metà, una prima ricerca dell’equilibrio. Oggi sarebbe troppo offensiva, ma bisogna ricordare che le regole erano diverse. Con l’arrivo del fuorigioco a due tramonterà la fase della Piramide, durata quasi cinquant’anni. Curioso che i nomi della formazione venissero già a quel tempo stampati disponendoli secondo la forma del modulo.

    Attorno alla metà degli anni ’20 il calcio conosce una profonda crisi: non si segna più. I goal crollano, passando da seimila a quattromila nelle prime tre divisioni inglesi, le uniche che contino davvero. Dopo grandi discussioni, l’allenatore del New Castle individua una soluzione: bisogna modificare la regola del fuorigioco, che lascia vita facilissima alle difese rendendola impossibile agli attaccanti. Si possa dal fuorigioco a tre al fuorigioco di oggi, che conosciamo tutti. E’ il 1926, e il calcio subisce la modifica più importante fino ad oggi. Gli schemi non potevano rimanere gli stessi.

    Sistema, o WM. Il primo modulo del calcio moderno nasce dalla mente di un ingegnere minerario. E’ Herbert Chapman, allenatore dell’Arsenal (ancora oggi c’è un busto che lo rappresenta all’Emirates Stadium) a trovare il vero adattamento alle nuove regole. Dopo una pesante sconfitta capisce che è arrivato il momento di sconvolgere gli equilibri della Piramide, troppo sbilanciata per il nuovo calcio. Arretra il mediano centrale sulla linea dei difensori, il suo compito sarà quelo di marcare il centravanti arretrato (nasce così lo stopper) mentre gli altri due difensori si allargano sulle fasce per controllare le ali avversarie. A questo punto bisogna rinforzare la linea mediana, rimastacon soli due giocatori: vengono così arretrate le due mezzali. Osserviamo ora il quadrilatero di mezzo, perché da qui nascerà la specificità dei ruoli di centrocampo. Il mediano di destra serve a coprire la difesa, è un incontrista, mentre il mediano di sinistra è già più di raccordo. Davanti a loro le due mezzali: quella di destra è generalmente un corridore, mentre quella di sinistra è il creativo della compagnia, il primo numero 10. Per il resto ali e centravanti si muovono come sempre. Siamo per la prima volta di fronte a un modulo complesso, moderno, una variante dell’attuale 3-4-3. Resterà il modulo più diffuso fino agli anni ’50.

    Metodo, o WW. Quasi parallelamente al Sistema si sviluppò un altro modulo, sempre figlio della Piramide, il Metodo, ideato dal grande Vittorio Pozzo. L’italiano gioca con un 2-3-2-3 molto particolare. Un difensore (detto “di volata) marca il centravanti avversario, l’altro non ha compiti di marcatura, una sorta di libero ante litteram; sulla linea mediana i due esterni hanno il compito di marcare le ali avversarie, il mediano di centro (che verrà chiamato “mediano metodista”) è invece il vero fulcro della squadra: ha il compito di recuperare il pallone e far ripartire la squadra, un ruolo alla De Rossi, per intenderci. La vera differenza rispetto al calcio sistemista però è filosofica: nel Metodo la squadra è spaccata in due, e gioca in contropiede, nel Sistema si trova un gioco corale, ricercato, forse meno concreto ma certamente più estetico. Il Metodo italiano inventa il contropiede che sarà poi la prerogativa del nostro calcio, ne pone le basi tattiche e psicologiche. Abbastanza inutile dire chi avesse ragione: il Metodo (utilizzato anche in Italia dal Grande Torino) conoscerà una diffusione molto maggiore, il Sistema vincerà due Mondiali e un’Olimpiade. Inutile dire chi avesse ragione anche perché in realtà non è mai il modulo a vincere (i calciatori non sono pedine su una scacchiera) ma i campioni. Ciò che importa è che in quella discussione nacque l’eterna dicotomia del calcio: gioco opposto al controgioco.

    Il catenaccio vero e proprio non fu inventato in Italia. Una delle più importanti invenzioni nel calcio sorse, stranamente, in Svizzera, dalla mente di Karl Rappan, nella prima metà degli anni ’30. Ricorderete che nel Sistema c’era una disposizione a 3-4-3 (3-2-2-3): Rappan arretra uno dei due mediani portandolo sulla linea dei difensori. Abbiamo quindi per la prima volta una difesa a quattro giocatori in linea, lo schema viene chiamato “riegel” (righello), poi dalla Svizzera francese prende nome di “verrou”, cioè, appunto, catenaccio. I tre difensori tipici del Sistema avevano compito di marcatura, l’uomo in più aggiunto da Rappan no: per la sua diversità prese nome di “verroulier”. Anche in questo caso abbiamo quindi una sorta di libero, che però non è ancora ben tipizzato, ha compito di spazzare l’area dai palloni vacanti, si muove soprattutto in senso orizzontale. Il libero vero e proprio diverrà, non molto dopo, una prerogativa del nostro calcio. A proposito: il catenaccio non è un modulo vero e proprio, è uno stile di gioco che presuppone marcature a uomo, un libero dietro la difesa e un gioco di contropiede. Nel calcio italiano si è comunque evoluto nell’arco dei decenni, contraddistinguendo anche squadre dal grande potenziale offensivo. Per distinguerlo dal verrou di Rappan, molto difensivo per le scarse capacità tecniche della formazione svizzera, lo chiameremo catenaccio all’italiana.

    Catenaccio all’italiana. Siamo di fronte alla prima vera grande scuola del calcio. Non è l’invenzione di un allenatore ma un processo consolidato e migliorato fino ad Arrigo Sacchi: il nostro Paese, con poche eccezioni, giocherà alla stessa maniera per quasi quarant’anni. Il catenaccio italiano si è sviluppato autonomamente rispetto a quello di Rappan, nascendo dall’invenzione del libero, ruolo creato da Gipo Viani per la sua Salernitana, nel ’47. Da lì si diffuse a macchia d’olio, con altri grandi interpreti come la Triestina di Nereo Rocco, poi il Milan, poi ancora l’Inter di Herrera. I moduli utilizzati furono molti e diversi fra loro, le costanti erano la marcatura a uomo, la squadra lunga, il contropiede e, come detto, il libero: questo giocatore diviene il vero leader della difesa, spesso è il primo a far ripartitre la squadra con lanci lunghi. Viani aveva reso verticale un ruolo che con Rappan si svilluppava per lo più orizzontalmente. Dopo la rivoluzione olandese anche il calcio all’italiana cambierà, provando la marcatura a zona almeno a centrocampo, un maggiore possesso palla, talvolta schierando due centravanti. Questo modo di giocare fra gli anni ’70 e ’80 verrà anche chiamato “zona mista” e ne saranno grandi esempi l’Italia di Bearzot e la Juve di Trapattoni.

    La rivoluzione del calcio moderno parte dal genio di Rinus Michels, e da una generazione di fuoriclasse che avrà pochi paragoni nella storia. Una trasformazione del calcio che cavalcherà quelle sociali nell’Olanda degli anni ’60 e ’70: da noiosi e provinciali, i Paesi Bassi diverranno l’avanguardia delle rivoluzioni. Prima con l’Ajax, poi con la sua nazionale, Michels regalerà al calcio i movimenti che ne sono ancora oggi alla base. Il “tootalvoetbal” è stato essenzialmente eclettismo: tutti i giocatori dovevano saper fare tutto. Le ali correvano come mediani, il teorico centravanti (Crujiff) era un giocatore universale, un difensore centrale come Krol aveva piedi da regista. Michels sconsigliò di imitare la poliedricità del suo gioco: troppe circostanze favorevoli all’interno e un mondo troppo spiazzato all’infuori delle sue squadre, il suo calcio era irripetibile. Effettivamente nessuno ci ha riprovato, almeno non con lo stesso idealismo. Ma, soprattutto dopo i Mondiali del ’74, quella squadra si lasciò dietro un altro calcio. 1) In difesa si marca a zona, a centrocampo col pressing (è la prima volta). 2) Il pallone viene passato, sempre, da un giocatore in movimento a un altro giocatore in movimento. 3) Massima mobilità come un corpo unico: allargare gli spazi in fase di possesso, restringerli rapidamente (tramite il pressing) quando gli avversari hanno il pallone. E’ nato il pressing, la difesa alta, il fuorigioco. Per la prima volta non spaventa più che l’ultimo difensore abbia quaranta metri di campo dietro di sè, per pressare gli avversari la squadra deve essere alta e compatta. E’ nata principalmente la squadra corta, e da questa compattezza deriveranno i moduli lineari che abbiamo oggi. L’Olanda di Michels gioca con il 4-3-3: ancora oggi quasi tutte le squadre del campionato olandese e la nazionale utilizzano questo modulo. Tutto il mondo ha poi copiato la nuova gestione olandese degli spazi. Solo pochi invece hanno imitato il loro dogmatismo, il loro giocare sempe allo stesso modo, a prescindere dall’avversario. In questo si può dire che quasi tutti abbiano imitato il pragmatismo italiano. L’eterno difensivismo dell’Italia non era un altro modo di idealizzare sempre lo stesso gioco a prescindere? A ben guardare no, per niente: il gioco italiano comportava la marcatura a uomo e quindi il modellarsi ogni partita in base all’avversario. Il nostro restava sempre controgioco, quindi bilanciato sull’altra squadra, partita dopo partita.

     

    Il Milan di Sacchi non fu una vera rivoluzione, ma il miglioramento, l’ammodernamento del gioco di Michels. L’esperienza olandese fu un modello così importante che all’inizio provò a imitarne anche il modulo del 4-3-3. Fu costretto a cambiare: Ancelotti come esterno d’attacco era troppo lento rispetto a Gullit, non riuscendo mai a sovrapporvisi. Sacchi fu costretto ad arretralo a centrocampo e così nacque il suo storico 4-4-2, un modulo attualissimo, con gli stessi movimenti di allora. Il suo Milan portò anche in Italia un calcio fatto di pressing, difesa alta, sovrapposizioni e marcatura a zona; non fu il primo in assoluto, ma il primo a farlo così scientificamente e dominando a livello internazionale. Arrigo mise nel suo progetto ancora più dogmatismo e ideologia rispetto a Michels: non solo la sua squadra doveva praticare il suo gioco contro chiunque, ma, per usare le sue parole, lo spartito diveniva anche più importante dei giocatori. Non solo non adattarsi mai all’avversario, ma anche adattare sempre i giocatori ai suoi schemi, che fossero dei fuoriclasse e dei mediocri. Fanatismo tattico con l’aggiunta di un altro elemento importante: il culto del sogno. La motivazione diveniva un elemento asfissiante, dopo Sacchi forse solo Mourinho ha avuto la stessa ossessività. Con una differenza fondamentale: Arrigo pensava sempre alla storia del calcio, Mou pensa sempre alla prossima partita.

                                                                   

    L’ultima invenzione strabiliante, in un calcio già piegato a schemi rigidi e alla velocità a tutti i costi. C’è molto dell’Olanda (e di Sacchi) ma il Barcellona di Guardiola è stato anche il prodotto di una propria lenta maturazione tecnica. L’Ajax fu essenzialmente movimento, il Milan tattica, il Barcellona possesso palla. Anche nelle ultime sconfitte ha realizzato percentuali di possesso sopra all’80%, non sarebbe possibile senza qualità tecniche di assoluta eccellenza. Ma osserviamo meglio la costruzione di Guardiola, la sua continua ragnatela di passaggi, flemmatica e snervante. Se controlli la partita per più di settanta minuti su novanta costringi l’avversario a spazi d’espressione molto ridotti, moltiplicando anche le possibilità che commetta errori difensivi. Un dominio schiacciante che ricorda il calcio totale. Altra somiglianza: l’assenza di un centravanti di ruolo. Sia Crujff che Messi cominciano la carriera sull’esterno per poi accentrarsi come finti centravanti. E’ indicativo, analizzando il ruolo di falso-nueve di Messi, osservare come due attaccanti straordinari, Eto’o e Ibra, siano stati esclusi dal progetto del Barça ciascuno nel giro di una stagione, in quanto intralciavano l’accentramento della Pulce. Come disse Guardiola “Il nostro unico attaccante è lo spazio”: i blaugrana cercano un movimento ad uscire, a liberare lo spazio nell’area di rigore. L’area non è un campo da presidiare (come si farebbe con un centravanti classico) ma uno spazio da conquistare palla al piede, o con un’improvvisa accelerazione dopo un possesso estenuante. Per sfoltire le difese arroccate è necesario lo scambio di posizioni teorizzato in grande scala da Michels: in questo il movimento ad uscire da parte del finto centravanti è fondamentale. La principale differenza è il modo di difendersi. Lasciando da parte il Milan di Sacchi, che aveva la miglior difesa della storia, il confronto è fra olandesi e spagnoli. Michels concepiva il possesso come continuo esperimento d’attacco: qualora l’azione non trovasse sbocchi la linea difensiva si abbassava per allargare immediatamente gli spazi e ripartire con una nuova azione offensiva, di continuo. Il Barcellona utilizza il possesso palla anche come principale forma di difesa, per addormentare, coi  suoi leziosismi, il gioco. Anche nel reparto difensivo è quasi più importante saper giocare la palla piuttosto che fermare gli avversari, tanto che spesso sono stati schierati come difensori centrali dei centrocampisti. E’ probabile che questa sia stata la principale causa delle ultime sconfitte blaugrana.

    E’ possibile che questo finale di stagione abbia segnato il tramonto del grande ciclo blaugrana. Vedremo se il Tiki-taka spagnolo saprà trovare nuove glorie ai Mondiali in Brasile, oggi come oggi sembra difficile. Di sicuro nessuna squadra che giochi sempre allo stesso modo può vincere in eterno, c’è da chiedersi se l’eterna battagla filosofica nel calcio non sia in realtà fra offensivismo e difensivismo, ma fra gioco e controgioco. Fra chi pensa di applicare una formula universale e chi cerca sempre nuove soluzioni in base all’avversario, partita dopo partita. Proporre sempre lo stesso gioco ed arrivare al successo vuol dire aprire una nuova fase del calcio, ma anche imbarcarsi in una guerra contro tutti: gli altri osservano, studiano, alla fine trovano le contromisure, e ricomincia la discussione. Non esiste la tattica insuperabile, che consenta di vincere sempre, a prescindere dall’altro. Non esiste negli scacchi; a maggior ragione non può esistere in un gioco, dove c’è la casualità. Ma casualità vuol dire anche l’imprevedibilità, il talento, la fantasia del fuoriclasse, una prestazione deludente o una prestazione sopra le righe. Tutto ciò che in fondo ci spinge a guardare la prossima partita.

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